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back to the past

Sto parlando (scrivendo) di un passato recente che parla di un passato lontano.
Come al solito se non complico le cose non sono contento… Spulciando i commenti di chi si è iscritto a questo blog, mi è capitato di rileggermi in un post che trattava di mio padre, mio papà (come si dice al nord) o il mio babbo (come si dice nella terra di origine della mia famiglia, la Toscana)… E il magone è spuntato come il virus di questi giorni.
Premessa: il post di cui sopra s’intitola “Aldì” , facendo il verso ad una canzone struggente che Fabio Concato aveva dedicato a suo padre “Gigì”.
Allora nasceva da un momento di riflessione e di malinconia per tutto quello che non avevo potuto condividere con mio padre Aldo, scomparso quando avevo 22 anni, giusto l’età in cui smetti di essere un bischero supponente convinto solo di te stesso e ricominci a capire che importanza hanno i tuoi genitori, per le cose che ti hanno insegnato e per quelle che ti hanno fatto capire che non era il caso di fare.
Adesso per esempio, in piena crisi sanitaria mondiale, loro che avevano passato momenti come la Seconda Guerra Mondiale: mio padre reduce dalla campagna di Russia con in regalo un congelamento della retina e molto vicino alla cecità e mia mamma infermiera negli ospedali militari con ricordi terribili ma un bagaglio di esperienze tali da riuscire a tirar su due figli ben dritti e onesti alla scomparsa del padre, ci avrebbero sicuramente indicato l’atteggiamento e la strada giusta. Cosa che spero di aver fatto con mia figlia…
Spero di aver capito, in quei purtroppo pochi anni condivisi, i messaggi di mio padre, fortunatamente rinforzati da quelli di una mamma inossidabile e che avrei voluto eterna, che comunque ci ha accompagnato fortunatamente per tanti anni. Mai abbastanza.
Ora spero che quello che ho sedimentato di questi insegnamenti, di essere riuscito a passarlo a mia figlia, continuando a raccontare l’importanza delle cose ed il modo giusto di viverlo ed affrontarlo…

35 piu’ o meno…

35 anni fa…

Una bella fetta di vita, cominciata “in bianco”… Era appena finita la nevicata del secolo, quella del 1985, cominciata il giorno del mio compleanno, il 13 e terminata quattro giorni dopo aver imbiancato e letteralmente sepolto Milano e tutto il nord e centro Italia sotto una coltre bianca. Molti, negli anni mi hanno chiesto “…cosa ti viene in mente di sposarti a gennaio?…” Prima non avremmo avuto pronta la casa e dopo si sarebbe spostata troppo in là il tutto e quindi, visto che era una data “di famiglia” abbiamo deciso per il 19, data anche di nascita di Giovanni Tranquillo, nonno Giovanni.
Chi lo poteva immaginare che sarebbe venuta giù tanta di quella neve da impedire ad una buona fetta dei miei parenti e amici (distribuiti equamente da Roma in su) di partecipare alle nozze e invece da consentire alla quasi totalità della parentela di Nadia, sparpagliati si ma solo in Brianza, di farlo abbastanza facilmente…
I “contro” è facile capirli, tra i quali la sostituzione all’ultimo momento del mio testimone, fratturatosi un arto e impossibilitato a guidare con tanto di gesso. Poi il rischio di non poter celebrare proprio il matrimonio, visto che il sagrato della chiesa di Sant’Anastasia a Villasanta era stato usato come scarico della neve tolta dai tetti del paese, bloccando completamente l’accesso alla chiesa e se non fosse stato per una ruspa richiesta all’ultimo momento …
Se parliamo delle foto , l’argomento appartiene ad entrambe le categorie: pro e contro.
I primi perché ho delle foto che sembrano provenire da qualche località di montagna , con panorami meravigliosi, completamente imbiancati e un’atmosfera praticamente natalizia.
I secondi, perché Nadia con tanto di abito nuziale e scarpe decisamente inadatte alla situazione ha dovuto fare uso in prestito di stivali di gomma, pelliccia per non gelare e tutto quello che era necessario per la tortura delle varie inquadrature.
Altro pro? Beh, per chi era riuscito ad arrivare, le porzioni abbondanti al ristorante date da quei trenta non pervenuti a causa del maltempo.
Poi sono passati 35 anni…

MIX DI EMOZIONI

Da Natale fino alla fine di Gennaio, sono emozioni che si palesano, a volte lievi o a volte più intense. Quella che non vorrei provare è quella che riguarda la persona nella foto: mia mamma, che il 10 di questo mese se n’è andata in silenzio ormai diciassette anni fa e nonostante comincino ad essere tanti è come se fosse ieri. L’attesa di una telefonata che quotidianamente ci facevamo che non arriva. Provo più volte a chiamare io con lo stesso esito. A questo punto chiedo a una persona cara che stava vicino a lei di passare e provare a citofonare e niente. Il resto è facilmente immaginabile. Io ero talmente sconvolto che una parte di quella sera l’ho rimosso e se non ci fossero stati mia moglie e altre persone care non sarei stato capace di affrontare la situazione. E questa emozione si ripropone ogni anno in questi giorni, alleggerita un pochino dal 13 e dal 14 gennaio, il mio compleanno e quello di mio fratello che a furia di chiedere a suo tempo un fratellino, se lo vide recapitare quasi per il suo decimo compleanno… Poi ci sono tanti piccoli contorni, le feste passate con la famiglia, le telefonate tra me e un mio amico e compagno di classe, nati a pochi giorni di differenza e che non ci dimentichiamo mai di farci. Insomma, come ho intitolato questo post: un mix di emozioni. E’ vero che emotivo come sono è difficile evitarle, basta che capiti o che veda qualcosa che tocca le mie (troppo) sensibili corde e il groppo allo stomaco o l’occhio che si appanna o, peggio ancora, la voce che si spezza mentre le racconto. Quest’anno, insieme a tutto questo, siamo riusciti a organizzare una rimpatriata di famiglia, cosa rara e quindi anche tanto importante. Non siamo più in tanti purtroppo ,a questo l’ha resa ancora più particolare ed emozionante, anche perchè c’era anche la prima arrivata della nuova generazione…

poi ricomincio col libro…

Intanto parlo (scrivo…) di questo capodanno, del fatto che ultimamente sento di nuovo la capacità di commuovermi con niente, o per lo meno con cose che apparentemente sono di poco conto.
Le emozioni riemergono facilmente, la lacrima appanna gli occhi con poco e il desiderio di dare/avere affetto diventa quasi una necessità. Il desiderio di contatto con le persone e gli animali cari si integrano con altre purtroppo impossibili come il voler comunicare con chi non c’è più fisicamente ma che è presente nel cuore.
Da lì parte la ricerca nella memoria di ricordi cari, di far riemergere voci, immagini, persino profumi e odori che ci riportano indietro… Le feste, quelle legate al Natale e dintorni, sono quelle più efficaci e riescono benissimo nello sganciarti dalla routine quotidiana per riportarti in altri momenti più caldi , più tuoi.
Di tutto ciò cosa rimane? Per fortuna tanto, basta fare spazio dentro: far in modo che le emozioni non vengano compresse ma possano uscire liberamente, senza vergogna. Una lacrima non è un dramma o una vergogna, è essere veri, è dimostrare che si ha qualcosa ancora dentro e che non siamo solo un involucro con reazioni prevedibili e incasellate. Avere il coraggio di essere se stessi , senza vergognarsi male non fa, anzi.
Mi sono reso conto che volevo scrivere di tutt’altro ma poi sono scivolato sulle lacrime… e questo è il risultato. Ieri, nell’ultima passeggiata con Mou del 2019 abbiamo incontrato un signore attempato e gentile con il suo cagnolino, anche lui (parametrando le età) attempato come il suo padrone. Abbiamo cominciato a chiacchierare e siccome il suo bassottino andava d’accordo con Mou abbiamo fatto una buona parte di strada con i suoi racconti di una vita di cui so molto, e del suo cagnolino del quale era preoccupato data la “sua” veneranda età… Meravigliosi entrambi, auguro loro ancora tanto tempo insieme, perché dovrebbe essere giusto così.
Dovrebbe essere così per tutti. Dove c’è affetto.

facendo finta di niente

Giovanni Tranquillo Fercioni

8 dicembre, una data che per me, e per i Fercioni, intesa come famiglia, è particolarmente importante, anche se qualcuno di noi faceva finta di niente…
Mi riferisco a mio papà Aldo, che, un po’ per togliersi un anno e un po’ per festeggiare insieme ad un suo caro amico, spostava la data del compleanno al 10 gennaio. E fin qui, il perché del “fare finta di niente”…
Altri motivi per cui il sette e l’8 dicembre sono importanti? Intanto è Sant’Ambrogio, festa molto importante per chi sta come me e come una buona parte della mia famiglia, a Milano, e un po’ perché in questa occasione c’è la Prima della Scala.
Domanda inevitabile: questo cosa c’entra con la famiglia?
C’entra, c’entra! Perché c’è un grosso legame tra la famiglia Fercioni ed il teatro, in particolare del melodramma. Nonno Giovanni, innamorato sin dalla più giovane età del teatro non perdeva mai l’occasione di partecipare alle prime della Scala, un po’ per amore nei confronti della musica, del teatro ed in particolare di Puccini suo conterraneo, e un po’ per vedere nel parterre e nei palchi scaligeri quanti abiti dell’Atelier Fercioni venivano sfoggiati in quell’occasione. E normalmente erano tanti e quasi tutti modelli unici.
La vicinanza al teatro poi è continuata, così si può dire, con una parte acquisita della famiglia: infatti sua figlia Renata si sposò con Umberto Onorato, giornalista, critico teatrale, caricaturista e pittore di vaglia soprattutto dei grandi personaggi che calcavano i palcoscenici alla metà del secolo scorso.
Ma non finisce qui, i nipoti Gianmaurizio, e Gianluca (e in seguito anche la bisnipote Olivia) hanno studiato e lavorato in teatro (scenografia e costumi in particolare quelli teatrali) .
E adesso, come mai questo risveglio mnemonico dopo 63 anni di vita? Accendo la televisione all’ora di cena e vedo che stanno trasmettendo la Tosca, l’opera pucciniana che quest’anno apre la stagione della Scala. Resto colpito dal fascino di questa scena, anzi, di questa messa in scena particolarmente intelligente, bella e con dei contrasti e delle immagini particolarmente affascinanti. E da lì scatta la molla di scriverci, di raccontare questa piccola parte della mia, anzi, della nostra vita attraverso il teatro.
…E magari ne riparleremo, anzi ne riscriveremo in un altra occasione, sono tanti gli aneddoti da raccontare.

I-PIOGG

Criptico, come minimo. Forse anche confuso. Sicuramente meteoropatico… Basterebbero queste tre asserzioni per spiegare i perchè ed i percome di un blog che a volte sulle ali dell’entusiazzo (Cit. Bisio) eccede nei post quotidiani , ed in altre brilla per assenza minimo settimanale.
Partiamo dall’ultima che innesca le altre due: I-piogg perchè nel Nord Italia sono mesi che piove (dopo altrettanti di siccità) e nei tempi che passo in casa a tenermi compagnia sono i vari “I”.
iPhone per i contatti con l’esterno: verbali, scritti, disegnati e quant’altro. Poi il mio vetusto ma sempre attivo I-Pod, con oltre 100 giga di musica, prevalentemente la mia con qualche infiltrazione condominiale di mia figlia che skippo all’occorrenza. Poi ultimo ma non ultimo, il mio vecchissimo I-Mac sul quale sto scrivendo ora e, con i suoi 27 pollici, mi consente di non distruggermi gli occhi come sugli smartphone…
Sul fatto di essere sovente confuso, non ci piove (…), perché forse è l’ammasso di dati che viaggiano in questo testone che spingono per uscire e nella calca si mischiano. A riprova di questo basta leggere queste righe dove il dituttounpò è il leit-motiv… e il concetto che recita “tante idee e confuse” è alla base di tutto.
Sul fatto di essere criptico nasce sicuramente dal mio modo di essere. Lo ero quando scrivevo (allora con carta e penna/matita), meno che ventenne, sproloqui e spropositi di ogni genere. Anche poesie.
Parentesi: un giorno che ricupero il coraggio di farlo, le pubblico. Ho continuato a farlo a voce nei miei anni di radio davanti ad un microfono dove assordavo di assurdità chi aveva la voglia ed la pazienza di ascoltarmi alla mattina. Ma mattina proprio mattina… dalle 6 in poi. La mia teoria era di filtrare il meno possibile attraverso il cervello le cose che poi dicevo… Un vero miracolo in più di dieci anni non avere vinto denunce e querele da parte di qualcuno.
Forse sono stato aiutato dal fatto che a quell’ora tutti sono meno ricettivi e colgono le cose nel giusto modo senza badare alla forma “informale”.
Quindi ben venga l’I-Piogg, se rimette in moto le sinapsi.
Ben tornati.

Dalla “nuttata” alla settimana…

Buone parole, buoni pensieri, buone opere…

Brutta roba la pigrizia! Si parte con le migliori intenzioni, poi come un sentiero che comincia in piano e poi, poco alla volta comincia ad aumentare l’inclinazione fino a diventare una vera e propria arrampicata, le buone intenzioni rimangono sempre più tali, cioè intenzioni e non si concretizzano. Intanto dalla settimana di notturne causa degli studi di Moto GP oltreoceano, siamo passati ad esterne vere, in un paio di stadi di calcio dove la cosa più divertente ed importante è stata il ritrovare vecchi colleghi ed amici. Grandi abbracci e discorsi a base di “… ti ricordi quando…” oppure “ hai per caso rivisto…” che riempiono il cuore e ti fanno rendere conto che tutto sommato non si ha lavorato solo per la pagnotta ma anche perché anche il lavoro è vita dove ci sono “amici, nemici o semplici conoscenti…” ( Cit. Sturmtruppen di Bonvi). Il tutto condito da posti dove, se il lavoro ti lascia un paio di ore libere, puoi fare turismo dell’anima, il turismo dei ricordi: a volte dolce, spesso malinconico e altre deludente. I saggi dicono di non tornare dopo tanto tempo in posti dove sei stato bene: la delusione è dietro l’angolo. Ok, giusto. Però, anche la malinconia non è uno stato d’animo sempre negativo: spesso si mischia con ricordi e sentimenti buoni, immagini e ricordi di persone care che riemergono prepotentemente è questo è cosa buona… È Cominciato il periodo in cui noi Fercioni concentriamo il grosso delle cose importanti, in positivo e in negativo, cerchiamo di concentrarci sulle prime ed eliminare le seconde, almeno per un po’: non è semplice perché in questo periodo se ne sono andati affetti molto cari e non è facile non pensarci o farlo solo con i ricordi belli… Allora parola d’ordine in questi giorni : positività , solo parole buone, pensieri buoni e opere buone.

La notte porta…

Relax…

…dopo le fatiche di una (o più) giornate di vacanza, sollievo e riposo. Perché paradossalmente la vacanza è faticosa, il riposo stanca e rilassarsi è impegnativo. Già il passare tra le fasi decisione/organizzazione/realizzazione della vacanza può essere debilitante, quando poi arrivi ad esserci dentro ti domandi dove hai sbagliato. Filosofia della vacanza: intanto valutare se vuoi farla dichiaratamente faticosa oppure simulare relax… Quella faticosa è semplice da organizzare e da fare: basta trovare un qualsiasi posto che ti interessa, incuriosisce e intriga e il gioco è fatto. Siccome la maggioranza di noi mortali riesce a ritagliarsi poco tempo ogni anno da dedicare a qualcosa che non sia lo sbarcare il lunario, in quella settimana o poco più, ci mette tutto quello che avresti voluto fare durante l’anno. Compresso, schiacciato e vissuto al punto di fare talmente tante cose in così poco tempo da non viverle realmente e in profondità. Quella rilassante, teoricamente semplice anch’essa, alla fine non lo è. Intanto che caratteristiche ha la vacanza relax? Primo trucco: prendere una località dove siete già stati, che ovviamente vi è piaciuta, dove avete avuto già modo di visitare il visitabile e dove non sentite la necessità di dover fare qualcosa. Secondo step: il posto non si deve imporre su di te ma devi essere tu a “poter” scegliere. Attenzione: poter scegliere, non “dover” . Se cominci a sentire degli obblighi se già sulla ripida china del faticoso e stancante. E poi devi poter fare e mangiare quello che hai voglia… Anche qui attenzione: può essere qualsiasi cosa, basta che non crei discontinuità nella normalità delle cose. La pianura va bene, la salita o la discesa creano attenzione ( e quindi fatica). Faccio un esempio pratico, che sto vivendo mentre sto scrivendo queste righe. Sono in un posto dove volevo andare e sono già stato più volte ( prima regola rispettata). È un posto meraviglioso ma che conosco già e che mi consente di andare e fare quello che gradisco di più ( seconda regola!). Per la terza regola, nonostante tutto, faccio fatica a ( come dicono i supergiovani) starci dentro, perché la struttura dove normalmente andavo era tutta esaurita e sono dovuto andare in una migliore. Sembra strano ma questo ha incrinato la normalità ed ha fatto scattare la curiosità di conoscere… Quindi : fatica!

QUELLO CHE LA VITA DISPENSA

una piccola sintesi…

A volte sono spazi che rimangono vuoti, altre questi spazi si riempiono al punto che fai fatica a discriminare una cosa dall’altra e quando la qualità di quel che c’è dentro cala, diventa veramente difficile venirne fuori.
Sto parlando di fatti, di emozioni, di cose ma anche di pensieri e spesso di ricordi, che quando trovano la strada per farsi vedere, scombussolano più di qualsiasi altra cosa …
Un esempio per far capire il significato delle righe precedenti?
In questi giorni ho vissuto un dolore forte. Forte come può essere provocato solo dalla scomparsa di una persona cara, molto cara.
E questo spiega in parte perchè l’ultimo post precedente a questo risale a quasi una settimana fa: la mancanza di serenità, il groviglio di emozioni oltre alla fatica fisica provocata dal lavoro in orari non propriamente ortodossi messi insieme non mi hanno dato la “quadra” per farlo.
In più l’unico lato positivo che hanno i funerali: rivedere persone altrettanto care che per svariate cause ( leggi: vita) si sono allontanate. E anche questo provoca emozioni, quasi altrettanto forti che si mischiano alla tristezza e a quel vuoto che ti lascia la scomparsa di una persona cara.
Inoltre realizzi che questa persona è l’ultima della generazione dei parenti che ti hanno tirato su. Adesso tocca alla mia di generazione, speriamo in tempi ancora lontani. In questo caso, Zia, tu hai proprio contribuito a farlo con me e con altri cugini che hanno trovato nella tua famiglia, insieme a zio Guido un secondo importante punto di riferimento, meno ufficiale, più disponibile e altrettanto affettuoso delle proprie famiglie “ufficiali”. Anche nel rapporto fra voi due zii, c’era un’integrazione tra caratteri diversissimi ma orientati nella stessa direzione. Una sorta di “Sandra e Raimondo” della vita reale, dove i nipoti affiancavano Silvia come se fossimo fratelli e non cugini e dove, quale che fosse il motivo, venivamo sempre accolti come figli.
Mi mancherai zia, così come lo zio da quando se n’è partito, ma sono convinto che nella grande armonia cosmica, vi sarete ritrovati.
E’ inevitabile

scrivere a quattro zampe

Zoe
Jolly
Mou

Un pò per il livello della mia scrittura, un pò perchè spesso argomento di bestie e bestiole e un pò perchè se non le avessi avute (e per fortuna continuo ad averle) queste quattro, otto , a volte dodici zampe tra le mie due, non so quanto sarei andato avanti io…
L’effetto pet therapy con me è evidente e da molto prima che si desse un etichetta all’affetto che le bestiole possono dare a noi umani.
E sto parlando di chi è “umano” anche nel vero senso della parola, cioè essere capace di relazionarsi in modo civile e “umano” con gli altri, a due o quattro zampe.
Ne parlo oggi perchè in questa settimana , in anni diversi , se ne sono andati precocemente i miei due gattoni : Zoe, sorianona di nome e di fatto , quasi nove chili di tigrottona ,bellissima, con un carattere che più gattesco non si può. Quando voleva era dolcissima, ma quando non voleva era meglio starle lontano. Ne hanno saputo qualcosa i giovani veterinari che nel post operatorio dovevano farle le flebo ed erano costretti a chiamarmi perchè lei non si faceva neanche avvicinare da loro, pena un’apertura per il lungo delle vene del braccio… Però quando venne il momento di andarsene, scelse lei dove e con chi e ancora adesso a pensarci mi vengono le lacrime agli occhi…
Per Jollino, mi viene ancora più rabbia: al contrario della sua zia, era il gatto sociale per eccellenza, a parte i rapporti con Mou, il cane di casa, che non poteva vedere. Due occhi ambra su un manto bianco e rosso, fifone come solo i gatti fifoni sanno essere, ma probabilmente a ragione . L’avevamo trovato che aveva meno di due mesi con le due zampe sinistre fratturate, probabile esito di una caduta o di una defenestrazione… I quaranta giorni di convalescenza passati in una gabbiona per conigli per consentirne la guarigione, lo videro passare dallo stato di palla di pelo rannicchiata in un angolo dopo quindici giorni in un piccolo Tarzan che si penzolava dalle sbarre della gabbietta, cercando di giocare con tutto quello che passava a tiro di zampa.
Se n’è andato dopo meno di dieci anni per una maledetta insufficienza renale asintomatica, scoperta troppo tardi. Dopo un mese di flebo quotidiane non ce la faceva più e abbiamo dovuto addormentarlo, e chi ha dovuto fare questo con una bestiola di casa sa cosa vuol dire.
Adesso sono a quota quattro zampe , con il mio Mou, cagnone di casa che spero di poter raddoppiare a breve, per sua e nostra compagnia. Non ci sono particolari morali a questo post, se non l’invito ad avvicinarvi, se non l’avete mai fatto, ad una di queste bestiole: scoprirete un mondo nuovo ed emozioni altrettanto nuove…