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Eravamo in quattro…

Cercavo un titolo meno “tranchant”, definitivo e triste, ma non sono riuscito a cavar fuori qualcosa di meglio, quando succede quello che è successo. Ovviamente mi riferisco alla scomparsa di mio cugino GianMaurizio, uno dei quattro Gian della nostra generazione. Il primo ad andarsene è stato suo fratello GianLuca, l’unico rimasto a vivere in quel della Versilia, dove siamo cresciuti da ragazzi. Poi mio fratello GianUgo, vittima del maledetto CoVid che in venti giorni se l’è portato via e adesso se n’è andato GianMaurizio, il più conosciuto.
Su tutti i media e i social si racconta della storia della sua attività che è andata di pari passo con la sua vita e che ancora adesso continua grazie alla sua famiglia.
Sono rimasto solo io dei quattro, ma per fortuna ci sono altre due generazioni a proseguire, due. bellissime generazioni!
Perchè noi tutti Gian? Perchè i due figli maschi di Giovanni Tranquillo, Aldo e Ruggero hanno dato come parte del primo nome quello del nonno Fercioni unito ad altri nomi delle famiglie di provenienza come si usava in un passato neanche tanto lontano…
Le vite delle tre famiglie della generazione precedente (tre perchè Renata, l’unica figlia femmina del nonno, non aveva avuto figli da Umberto Onorato, suo marito) sono proseguite molto legate fino a quando l’attività lavorativa, l’Atelier fondato dal nonno Giovanni, è proseguito.
Nel 1973 la sartoria, che ultimamente era situata nel Palazzo Bagatti Valsecchi in via Santo Spirito a Milano, chiuse e le famiglie presero direzioni differenti: chi in Toscana, chi nell’Hinterland Milanese e chi a Roma. Aldo e Ruggero scomparvero a distanza di quasi un anno uno dall’altro nel ’78 e nel ’79, mentre Renata nel 1982.
Noi nipoti, data l’età , eravamo indaffarati nel crearci una vita propria, chi famiglia, chi lavoro, chi entrambe le cose .
Più avanti, a bocce ferme o quasi cominciammo a rivederci, a passare del tempo insieme, sempre coi limiti dati da attività molto diverse le une dalle altre.
Questo post che sembra aver poco capo e altrettanta coda, arriva dalla scomparsa (continuo a usare questo verbo perchè l’altro non mi piace) di GianMaurizio, che io consideravo indistruttibile, nonostante il passare degli anni. Scenografo, costumista, padre di tutti i tatuatori italiani, uomo di teatro e di cinema, appassionato di mare ma per me parte della famiglia Fercioni, la mia famiglia, mio cugino ma quasi un fratello.
Ciao cugino.

SABATO, DOV’E’ LA DIFFERENZA?

Ci vuole tempo

Non pensavo di arrivare mai a farmi questa domanda… Quando lavoravo c’era sempre una precisa identità in ogni giorno e aldilà di quale fosse della settimana: c’era il giorno del basket, quello delle rubriche del calcio, dell’Nba, delle riunioni più o meno utili (o inutili…), del lavoro in studio o in esterna e, ultimamente, quello in remoto…
Poi è arrivata la pensione, momento atteso da chiunque stia lavorando e l’effetto più evidente è stato questo: una piallata ai contenuti diversificati e diversificanti della propria vita, con una sottolineatura invece di tutto quello che è abitudine .
Certo, vedo molti ex colleghi che si trovano bene a fare una vita completamente differente, anche perchè se la sono organizzata e quindi non la trovano noiosa. In realtà neanche io mi trovo male, però un pò spersonalizzato si. Quando hai vissuto più di quarant’anni in contatto con tantissime persone e facendo altrettante attività, il passare a dovertele scegliere o cercarle è straniante.
Ma non mi preoccupo: fra poco (spero) farò l’umarell in casa mia, quando cominceranno i lavori e avrò il mio da fare (o daffare?)… Intanto mi faccio i miei 6-7 km al giorno a spasso con Mou e Sky il più delle volte nel vicino Parco di Monza, un giorno si e l’altro no a trovare mia suocera in Rsa, un pò strimpello la mia tastiera cercando di imparare Bohemian Rhapsody (discretamente complicata su diversi accordi) e, ultima ora, sto facendo un corso on line di tattoo. Non voglio imitare mio cugino GianMaurizio, che è e resta il primo tatuatore italiano, ma semplicemente imparare una cosa che mi ha sempre incuriosito: applicare la mia capacità di disegnare in un nuovo contesto.
Inoltre, quando arriverà il bel tempo ho una sacca da golf che mi aspetta, insieme a delle lezioni che riportino a galla quello che sapevo fare cinquant’anni fa e che smisi in occasione del dissesto economico di quel periodo.
Dite che in realtà faccio già tante cose? Beh si, diciamo che non mi sono ancora organizzato: ancora adesso, guardando una partita di basket, oltre a tifare mi domando sempre come l’avrei fatta io e cosa avrei fatto vedere.
Insomma, sto cercando di staccarmi dal mio passato ma ancora non ci riesco del tutto: il guaio è che facevo un lavoro che mi divertiva e quindi l’averlo smesso mi fa divertire di meno.
Mi metterò d’impegno!

quando…

Giancarlo e Martina Fercioni
Uno dei primi giorni a casa…

Quando la cosa più colorata del giorno è lo schermo di un computer, c’è poco da scherzare…
Quando la cosa più intelligente del giorno la trovi scritta su un sito di fake news, siamo, come direbbe una mia amica, veramente alle cozze.
Quando cominci un post di un blog con un’iterazione come “… quando…” vuole dire che il grigio e l’umido che c’è fuori è anche dentro la propria testa…
Forse, quando come proposta quotidiana di vecchie immagini, FB ti propone la foto che ami di più, il grigiume si dirada e comincia a riprendere colore. Anche se la foto è leggermente tirata sui rossi, tipica della correzione che ti facevano le pellicole Kodak quando la luce naturale era appena appena sufficiente, è talmente piena di significato e racconta esattamente come eravamo allora (fine luglio 1990): innamorati di una bambina che avevamo voluto più di qualsiasi cosa al mondo, e che ancora adesso, facciamo molta fatica a non amare.
Intanto , mentre fuori piove, questa immagine mi riscalda il cuore: alla faccia del riscaldamento centralizzato o autonomo, l’affetto e l’amore fanno miracoli in questo senso.
Sto andando sul melenso? Forse. Ma l’importante è non essere falsi: è come mi sento oggi. Forse la vecchiaia si fa sentire, ma se la vecchiaia è farsi riscaldare il cuore dai ricordi, penso sia un buon segno. Forse vuole dire che si riesce a selezionare i ricordi belli, archiviando il più possibile quelli tristi che inevitabilmente ci sono. Ricordo anche che qualche giorno prima, l’ho tenuta in braccio per primo, data l’anestesia di Nadia per il parto cesareo. E non mi importava neanche, tanta era l’emozione e l’amore, che un medico incauto, vista la posizione podalica di Martina le abbia lasciato una cicatrice da bisturi , per fortuna in una posizione non pericolosa e visibile. Un tattoo ante litteram…

Due giorni di pausa…

A volte succede… Nonostante le buone intenzioni, che secondo il detto ne è pavimentato l’inferno, di essere presente quotidianamente sul blog, capitano dei giorni in cui fai dialetticamente cilecca.
Due giorni in cui sono sicuramente successe cose: uno dei (sempre più) rari matrimoni di parenti, perchè siamo sempre di meno… per esempio. Un’altro in cui ho scoperto che sto per tornare a fare il mio mestiere, il regista di eventi sportivi in esterna, e anche qui ci metto una parentesi e un forse, visto che strana tempora currunt, ma non so quanto strana… Ora ho raccattato idee, fatti, parole, opere e omissioni e torno a tediarvi con mucchi sparsi di tutto ciò. Sicuramente, per ora la cosa più emozionante è vedere una Fercioni sposarsi, visto che siamo come quelli della canzone del Hully Gully: se prima eravamo in dieci a ballare l’Hully Gully, adesso siamo in nove a ballare l’Hully Gully … e così via scalando.. Io poi sono uno con le lacrime in tasca, mi emoziono facilmente e sicuramente ieri lo sono stato e anche tanto.
Ambientazione : sala dei matrimoni civili nel Palazzo Reale in Piazza Duomo a Milano. Fuori pioviggine (ben augurante secondo la tradizione) e 10° scarsi, dentro tante persone e 20° in più. Secondo me lo fanno per facilitare la catena di montaggio dei matrimoni, visto che dentro uno, subito dopo un altro e così via tra un “può baciare la sposa e l’altro…”. Tanti volti cari che non vedevo da tempo, e qui il demonietto dell’emozione comincia a punzecchiare, e tanti meno conosciuti per il momento. Tradizionale tempo di attesa con sposi a espletare la parte burocratica delle varie firme che legalmente ti legano e poi l’ingresso della sposa con il padre: GianMaurizio Fercioni, il più famoso tatuatore italiano e uno dei più celebri scenografi europei ma sopratutto mio cugino paterno. Giusto per citare la cosa, ma non vi starò a fare la cronaca di un matrimonio: io la vivo come emozione, ma dubito che altri possano esserne coinvolti più di tanto. Così come mi emozionerà tornare ( se la cosa andrà in porto) sul ponte di comando di un esterna televisiva, vivendo quel mix di sensazioni che cresce con l’avvicinarsi della diretta, al suo culmine sul conteggio alla rovescia che ti arriva dalla sede di Milano e che sancisce l’inizio dell’evento in onda…
Una nota: alcuni colleghi dicono che ormai quando vanno in onda non provano più emozioni particolari… Se è vero, male e se non è vero, peggio. Ci sarà pure un motivo se quando finisci tutto, vai in albergo (o torni a casa) e non ti addormenti se non dopo un bel pò, tempo di scarico dell’adrenalina… Essere agitati no, ma la giusta tensione è essenziale, come in tutte le cose…